MILVA ▪ La Repubblica 1985-1993

La Repubblica 1985-1993
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14 APRILE 1985 – MILVA, ASTOR PIAZZOLLA E UN BALLO COSI’ SENSUALE – BOLOGNA – Il tango è musica di sentimenti trattenuti e poi improvvisamente liberati. Forse, più che una musica, è uno stile di vita, una sensualità trascesa. Meglio ancora: “è un pensiero triste che si balla”, secondo la stupenda definizione di Enrique Santos Discepolo che Meri Franco-Lao riporta nella introduzione al programma di sala di “El tango”, viaggio nelle ombre e nei chiaroscuri della musica argentina condotto da Milva e Astor Piazzolla, finalmente in Italia dopo i trionfi parigini di cui abbiamo a suo tempo riferito (in prima nazionale a Bologna sotto l’ egida dell’ Ater e della cooperativa Nuova Scena). Astor Piazzolla è una guida straordinaria, un musicista capace di rendere per intero il sogno oscuro del tango tradizionale, ma di dargli anche una vena di modernità, a tratti perfino d’ avanguardia. In altre parole, un creatore di suoni che rispetta l’ anima del tango, ma che non ha paura di avventurarsi in altri territori, facendone una musica in movimento, aperta. Così come quando ha avvicinato la musica argentina al jazz; e non a caso Piazzolla ama paragonare la nascita del tango nei postriboli di Buenos Aires agli inizi del secolo a quella del jazz a New Orleans. In più, nel tango c’ è un’ altra componente che ci riguarda molto da vicino, ed è la presenza italiana. Gran parte del tango nasce dall’ immigrazione italiana in Argentina (tuttora lo slang del tango è pieno di termini italiani) e questo aggancio, questa singolare e dimenticata parentela si chiarisce mirabilmente quando al bandoneon di Piazzolla si aggiunge la voce di Milva. Come può una cantante italiana penetrare un mondo così impenetrabile, uno stile nella sua autenticità così legato alla terra d’ origine? Ci riesce, e anche bene, proprio in virtù di una familiarità sepolta in antichi percorsi migratori, nel poter condividere culturalmente lo stesso struggente rimpianto, la stessa antica disperazione. La scena è spoglia. Due porte ai lati estremi del palco e sulla destra campeggia un albero sfrondato e secco, un oggetto autunnale. Piazzolla si presenta in scena con i quattro musicisti che lo accompagnano (chitarra, violino, contrabbasso, pianoforte, e tutti con inequivocabili cognomi italiani), e sono tutti vestiti in nero come a sottolineare una specie di lutto dell’ anima, condizione che nel tango si dà per scontata, come un punto di partenza nel quale casomai riscattarsi per alcuni istanti di ebbrezza. Poi arriva Milva, anche lei vestita di nero, ma laminato. E’ elegante, ma cammina sul palco a piedi nudi, come per sottolineare non solo la dignità austera del tango, ma anche la sua natura trasgressiva e selvaggia. E inizia la carrellata attraverso la musica di Piazzolla, vecchi e nuovi tanghi di un autore che ha lavorato con i grandi maestri del passato (Carlos Gardel in testa), che ha musicato parole di Borges e che si è spinto fino a duettare col soffio baritonale di Gerry Mulligan. Rimarrebbe deluso chi dal titolo così totalizzante si aspetterebbe una antologia della tradizione. Le musiche sono tutte esclusivamente di Piazzolla, quindi è il “suo” tango a presenziare, ma è sufficientemente ampio da contenere tutto quello che dal tango potremmo aspettarci. La musica avvolge come una corrente, si sviluppa tra guizzi, scatti imperiosi, languori sensuali, si abbassa fino a sussurrare e poi travolge, impetuosa, come un fiume in piena. Milva segue la corrente, cercando di unire il suo istinto popolare e l’ educazione colta, ambedue necessari per capire e rimandare al pubblico queste musiche. Passa dai tristi umori di “Morire a Buenos Aires” ai rimpianti di “Los Pajaros perdidos”, dalla giocosa follia di “Balada para un loco” alla romantica brutalità di “Vamos Nina”, alternando spagnolo, francese e italiano, ricordando quelle che potrebbero essere le tre lingue elettive del tango: l’ italiana, dove forse ha avuto origine nella notte dei tempi, la spagnola dove è vissuto, e la francese, dove è andato a morire. Milva cerca anche di modellare la sua voce adattandola alle sonorità del gruppo, così da essere talvolta strumento insieme agli altri, cosa che riesce raramente per la prepotente e profonda personalità della sua voce. Alcuni finali particolarmente intensi scatenano applausi entusiastici come in “Che tango che” e “Rinascerò”, quest’ ultimo un tango proiettato nel futuro, come recita il sottotitolo, “Preludio per l’ anno 3001”, dove la volontà di rinnovamento di Piazzolla trova la sua più compiuta espressione. Gino Castaldo

29 MARZO 1986 – MILVA A LONDRA CANTA BRECHT TRA APPLAUSI A SCENA APERTA – LONDRA – I maggiori critici inglesi la paragonano alla Dietrich, alla Piaf, alla Callas. La stella Milva ha illuminato questo scorcio della stagione teatrale inglese. Il suo primo concerto ha registrato un tale successo che i biglietti per le altre tre repliche (l’ ultima è in programma per questa sera) sono andati tutti esauriti. Milva canta Brecht il collaudato spettacolo messo in scena da Giorgio Strehler per il Piccolo di Milano, e che in Italia si è visto molto, ha entusiasmato il pubblico del teatro Almeida. Un teatro particolare, che si trova a Islington, non in centro, in un quartiere che ha fama d’ essere “radical-chic”. E il pubblico della prima era composto in prevalenza da giovani che hanno applaudito freneticamente. Non ci sono scene, nessun addobbo, scarsi colori. E’ Milva che deve sopportare, da sola, tutto il peso dell’ attenzione degli spettatori, e riesce a incantarli con la sua voce. Anche cantando perlopiù in italiano, riporta indietro agli anni Quaranta, quelli della ferocia nazista raccontati da Bertolt Brecht. I più giovani, tra gli spettatori, ne hanno solo sentito parlare, i più anziani ne hanno un vago ricordo; ma la voce di Milva riporta tutti a quel tempo di fuoco, suscita pena, rancore, desiderio di giustizia. Quando Milva è apparsa, all’ inizio dello spettacolo, come una diva dell’ espressionismo tedesco: tutta bianca, un casco di capelli nerissimi, gli occhi bistrati, le labbra marcate da un rossetto scarlatto, avvolta in un aderentissimo abito nero, e ha cominciato a cantare i tre song da “L’ opera da tre soldi”, ha subito avuto dalla sua il pubblico: attento, teso, commosso, impegnato a seguirla nel suo drammatico viaggio nel tempo. Assolutamente diversa nel secondo tempo: i magnifici capelli rossi, tanto di moda nell’ Inghilterra dell’ era della bella principessa Sarah Ferguson, e un’ aria da superdiva, abbigliata di seta, sinuosa, ricca di mimica, di agilità vocale. Il pubblico si è sciolto del tutto: e il “Miserere Deutsch” ha provocato grandi applausi, che sono continuati a scena aperta. I critici stessi sono rimasti come ipnotizzati; Mick Brown del “Guaridan” scrive: “la sua evocazione del mondo di Brecht non poteva essere più reale, palpabile. La sua esecuzione delle ballate di Marie Sanders, della puttana ebrea e della moglie del soldato, sono state superbe, ricche di passione, d’ una voce che suonava”. Ma, se il pubblico inglese ha mostrato di amarla, di apprezzarne non soltanto la bellezza e la professionalità, ma anche la passione, in questo primo incontro con la nostra cantante, Milva ha risposto con lo stesso calore. Per l’ occasione, aveva preparato anche un brano di Mahagonny; in inglese, che le ha meritato altri applausi, fiori, richieste di bis. Soddisfatta di questa prima esperienza in terra d’ Inghilterra? Milva ci dice che qui, stranamente, si sente come a casa, che l’ Inghilterra le appare come un paese di favole, e di favole meravigliose. E che medita di tornare a cantare a Londra. E, certo, se terrà fede alla promessa, non le mancherà il calore di un pubblico che ha già conquistato in questo suo primo incontro. Paolo Filo Della Torre

5 OTTOBRE 1988 – RITORNA MILVA E’ LA VOCE DI LOLA – MILANO – E’ come se l’ Angelo azzurro la inseguisse: nel corso degli anni le si ripresenta davanti, esigendo ora la sua faccia, ora la sua voce. Sembra quasi che tra lei e quel vecchio, tragico amore della Germania inizio secolo ci fosse una segreta simmetria. Milva si presta docilmente all’ inseguimento: Sono stata Lola-Lola in televisione, poi, l’ anno scorso, al Festival di Berlino, ero là in cilindro e guepierre in una piazza gremita da ventimila persone, a cantare le canzoni di Marlene. Che cosa ci unisce? Forse il timbro profondo della voce, e anche una sorta di istintività, l’ essere donne che non pensano due volte. Questa sera alla Scala Milva va in scena, ancora una volta, in un Angelo azzurro. Luciana Savignano è Lola-Lola nel balletto di Roland Petit; Milva è la chanteuse del cabaret maledetto. E’ vestita di nero, un abito dalla vita alta in stile inizio secolo, e i riflettori illuminano ora la ballerina, ora lei dall’ altro lato del palco, voce e anima della stessa storia. Otto canzoni, ma non più quelle del film di von Sternberg, che Marlene in cilindro e guepierre cantava, insolente, a cavalcioni d’ una sedia. Canzoni nuove, scritte da Marius Constant e Lou Bruder e pensate apposta per la voce di quella che chiamavano un tempo la pantera di Goro; canzoni che però riecheggiano il cabaret tedesco anni Venti, le atmosfere alla Kurt Weill. La voce di Milva si fa più fonda mentre sgrana queste dure cantilene in tedesco. Hanno toni aspri, beffardi, e fanno venire in mente le spietate caricature con cui George Grosz ridicolizzava la borghesia della Germania pre-nazista. Milva legge: “Es liegen und kauern die Toten/ Im Schweizerkas der Erde…” e traduce: “stanno accoccolati i morti/ nel groviera della terra… fin che il tempo mastica il nodo: il lordume allora si fa cielo”. Si entusiasma a quell’ immagine di tombe simili a tane a un uso della lingua tedesca spregiudicato come l’ italiano di Gadda in “La cognizione del dolore”. Una canzone, l’ ultima, è dedicata al matrimonio: una ballata sprezzante contro le convenzioni borghesi dove il vincolo coniugale è definito ora un inferno, ora la peste sociale, ora anche qualcosa di peggio. Parole insolite da cantare alla Scala. Anche per lei, signora, il matrimonio è un inferno? Beh, certo non sarei così violenta e così cruda, ma che diffido dal matrimonio è vero. Io mi sono sposata a ventun’ anni, ma se mia figlia Martina che ne ha venticinque volesse farlo, le direi di pensarci molto, di provare almeno a convivere…. Soffia in queste canzoni uno spirito in qualche modo affine a quello dei sessantottini che, proprio vent’ anni fa, inaugurarono a loro modo la Scala in un Sant’ Ambrogio storico, centrando i visoni delle signore con uova appositamente stagionate. Milva è tra quelle persone a cui, quando si parla di Sessantotto, si illuminano gli occhi. Erano gli anni in cui giravo l’ Italia con il gruppo “Teatro e azione” di Strehler. Mi ricordo, a Roma, una “Ballata del mostro lusitano” continuamente interrotta da assemblee e discussioni. Per me è stata la scoperta della politica, delle idee, di un mondo che non avevo mai immaginato. Venivo da Sanremo, e prima ancora da interminabili tournée nelle balere. Sapevo solo cantare e sognavo una vita da moglie borghese. Quegli anni, sono stati anche la mia rivoluzione. Stasera, è per Milva la seconda volta alla Scala, dopo “I sette peccati capitali” di Weill. Le prove del balletto di Petit proseguono incalzanti in tempi forse troppo ridotti e lei, aspettando finalmente l’ ora della sua prova, s’ innervosisce, e giura che nessuno le metterà i piedi in testa, e che se anche son solo venti minuti di canzoni ha bisogno di provare e di essere sicura. Nel nervosismo i tratti del viso ancora molto bello si fanno più felini, i capelli rossi indomabili ricordano un gatto che gonfia il pelo. Ma chi, guardandola, pensasse che l’ Angelo azzurro e Milva s’ incontrano spesso perché in fondo s’ assomigliano, cadrebbe in un equivoco. La Lola-Lola di von Sternberg è una di quelle donne che hanno un bisogno vorace di riconoscimenti da parte dell’ uomo, che vivono in funzione di questo riconoscimento. Ne esistono ancora, di Lole: magari fanno un mestiere modesto, la cassiera o la commessa, ma vivono solo per gli uomini. Fra le più giovani però, fra le coetanee di mia figlia, di queste donne non ne vedo. Chissà, forse si stanno estinguendo. Per fortuna. Per lei la storia della maliarda Rosa Frohlich e dell’ infelice professor Unrat sono solo una leggenda a cui dare per una sera la propria voce, o un cilindro e un paio di guanti con cui giocare una sera, in una piazza di Berlino. Marina Corradi

22 SETTEMBRE 1989 – MILVA: ANCORA BATTIATO – MILANO – Qualche sera fa Milva era a cantare alla Scala, poi a Parigi con Astor Piazzolla per un megaparty tutto di vip. Adesso è di nuovo a casa con Franco Battiato per festeggiare l’ uscita di un altro album realizzato con il musicista siciliano. Instancabile, eccitata, Milva sembra voler esorcizzare con l’ attivismo e una sfrenata vena eclettica i suoi cinquant’ anni freschi freschi. Il primo album con Battiato, “Milva e dintorni”, porta la data del 1982. E ora l’ ex pantera di Goro, dopo un bel disco con Vangelis, ripropone la sua particolare affinità per il mondo dell’ autore di “Fisiognomica” con una seconda dose di canzoni pensose, eccentriche, sentimentali. Insomma la tipica, personalissima cifra stilistica di Franco Battiato. Il nuovo capitolo si chiama “Svegliando l’ amante che dorme”, e sono otto canzoni tutte molto suggestive e melodiche. Quasi tutte inedite, eccetto “Atmosfera” e “No Time No Space”. Tra i brani più riusciti anzitutto “Una storia inventata”, una malinconica e dolce canzone d’ amore che parla di vecchi hotel di periferia. Molto intriganti anche “La piramide di Cheope” e “Le vittime del cuore”, sulla stessa onda poetico-sentimentale a cui ci ha abituato il Battiato migliore. Milva le canta tutte alla sua maniera intensa e ricca di pathos, ma a volte sa essere anche tenera e commossa. Per queste tre canzoni, sono pronti altrettanti video, due curati da Battiato e Luca Volpatti e l’ altro (“La piramide di Cheope”) per la regia di Robert Gligorov. Il videoclip di “Una storia inventata” sarà la sigla di “Prisma”, la rubrica culturale del sabato di Raiuno, già a partire da questa settimana. Una curiosità: tra gli otto brani, c’ è anche un ironico “Angelo del rock” che, con quel rock strascicato e ripetuto dalla voce di Milva, fa il verso al “Flamenco rock” che proprio lei enfatizzava tanti anni fa. L’ amore tra Milva e Battiato dura ormai dal 1981, da quando cioè lei lo sentì alla radio in “Patriots”. Confessa Milva: Fu una scoperta. Gli telefonai il giorno dopo per dirglielo e lui fu subito interessato a collaborare con me. Adesso è successo lo stesso: ho ascoltato “Fisiognomica”, l’ ultimo suo album, e m’ è tornata la voglia. L’ ho chiamato: Che ne diresti di riprendere il viaggio iniziato otto anni fa?. Preparato tra Milo, dove abita Battiato, e Milano, l’ album viene ora diffuso in tre diverse edizioni per il mercato europeo: in italiano per l’ Italia, sempre in italiano ma con due canzoni in più (“Via Lattea” e “Centro di gravità permanente”) per la Germania, e in spagnolo. Confermando la proverbiale duttilità di Milva, Franco Battiato racconta: All’ inizio lei può avere anche qualche resistenza, ma poi finisce per adattarsi a meraviglia. In questo disco è riuscita a cantare note così acute che non ha mai utilizzato prima, da vera soprano. Ma la novità più succosa è che, per l’ occasione, Milva farà un vero tour nei teatri italiani. A parte quelli con Piazzolla, è da tempo che non ne fa più uno tutto suo. I recital, con le canzoni di Battiato nella prima parte e un riepilogo di carriera nella seconda, cominceranno dal Teatro Lirico di Milano il 29, 30, 31 ottobre e 1 novembre prossimi. Poi Milva sarà impegnata con i concerti fino a Natale. Solo alcune date: 6 novembre a Torino, 11 a Genova, 14 a Venezia, 22 a Bologna, 24 a Firenze, 4 dicembre a Bari, 11 a Napoli, dal 14 al 17 al Sistina di Roma. Giacomo Pellicciotti

18 MARZO 1992 – MILVA UNA VOCE NELLA STORIA – ROMA – Perché mentire? La serata al Sistina con Milva che proponeva il recital “Canzoni tra le due guerre”, partiva da un piccolo, inutile, falso, e cioè che si trattasse di un nuovo spettacolo, così come recita il programma di sala. In realtà fu concepito e rappresentato già nel 1977, e nell’ anno seguente ne fu tratto anche un disco. Inutile falso, perchè all’ epoca fu un buono spettacolo, unanimemente acclamato, e a riprenderlo non c’ è nulla di male, anzi. Una proposta del genere, ovvero il tentativo di definire un periodo storico attraverso una sequenza di canzoni, ci restituisce il lato migliore di Milva, proprio quello un po’ offuscato dalle prove recenti e dalle proposte di “nuove” canzoni. Il recital, curato da Filippo Crivelli, sceglie tra quei vent’ anni circa che separano le due guerre, quel tipo di liriche e melodie che hanno guadagnato il fascino del tempo, la maliziosa e suggestiva capacità di scivolare con eleganza e potenza evocativa tra le maglie della storia. Si comincia con “Lili Marleen”, cupo presagio della seconda guerra mondiale, e si finisce col più gaio e vorticoso annuncio della prima con “‘O surdato ‘nnammurato”. In mezzo una fantasiosa tavolozza di tipologie della canzone, tra scettici blu in odore di tabarin, creole immaginate, grandi regine dello spettacolo, famiglie dissestate o languidamente rimpiante, usi, vezzi e costumi del mondo negli anni Venti e Trenta. A questa rievocazione ben si prestava e si presta la voce di Milva, piuttosto gonfia, reboante, naturalmente dotata di un’ enfasi che magari risulta piuttosto scomoda su un pezzo di Battiato, tanto per citare alcune delle cose nuove proposte in altre sedi da lei, ma che assai meglio si addice alla intrinseca retorica di alcune canzoni antiche. Bene dunque su pezzi come “Re di cuori”, “Creola” o “Balocchi e profumi”, canzoni che o le si propone con assoluta stilizzazione, oppure meglio esagerarle, con pronuncia quasi cabarettista. Meno bene su pezzi come “The man I love” di Gershwin, che al contrario hanno bisogno di una certa leggerezza, di una soavità che il timbro di Milva fa fatica a riprodurre. Lo swing non è mai stato il suo forte, e neanche una vocazione da interprete pura, in grado di cantare qualsiasi cosa, alla Mina per intenderci. Le caratteristiche della voce di Milva, e da questo punto di vista l’ intuizione di Strehler rimane sostanzialmente esatta, sono essenzialmente teatrali. E’ una voce forte, dai toni bassi, con un vibrato molto spiccato, che viene tutta dal diaframma e dallo stomaco, poco dalla gola e niente dalla testa, tanto per citare l’ abituale distinzione che si usa fare sulle voci della musica popolare. Quindi il suo campo d’ azione è limitato, e diventa autorevole soprattutto sulle canzoni che si adattano alla dimensione del teatro musicale. Funziona egregiamente su un pezzo come “Lili Marleen” che può ovviamente solo essere recitato, per essere credibile, o su pezzi come “September song” di Kurt Weill che sottintendono una quinta teatrale di riferimento. Lo spettacolo è opportunamente costruito su un ritmo molto serrato, che non concede pause, e impedisce di perdersi in discorsi fuori luogo, e ha il pregio di proporre una ricostruzione storica, ovviamente informale, fondata su libere associazioni, ma proprio per questo efficace. E dalla sequenza vengono fuori alcuni dei temi dominanti di quegli anni: l’ esotismo, in primo luogo, una certa vena di moralismo di costume, come è ben esemplificato dal dramma di “Balocchi e profumi”, e al contrario un gusto malizioso della perdizione, del fascino perverso della vita trasgressiva. Si nota anche un certo attaccamento al melodramma che la canzone “leggera” ancora manteneva piuttosto forte, e un certo gusto del sentimento forte, descritto a tinte molto vistose, e infine una decadente mitizzazione di alcuni divi, come si può capire da “Chiove”, struggente, lacerante lamento scritto da Bovio e Nardella in omaggio alla morte di Elvira Donnarumma che, come si diceva all’ epoca, cantò anche nel letto di morte. Un buon suggerimento per una storiografia anomala, ma al tempo stesso efficace, che attraverso le canzoni possa ridarci non certo l’ analisi razionale, ma di sicuro il sentimento del tempo. Gino Castaldo

2 OTTOBRE 1993 – E MILVA LA ROSSA DIVENTA ZAZA’ – MILANO – Neanche per la Biennale di Venezia. Un intero aereo di giornalisti e addetti ai lavori, funzionari televisivi, impresari teatrali, discografici giapponesi, ha prenotato il volo per la Malpensa del 26 ottobre in occasione del debutto al Teatro Nuovo di Milano di “La storia di Zazà” interpretato da Milva con la regia di Giancarlo Sepe. Da quando il Giappone è diventato una meta abituale delle tournées canore di Milva (“a maggio prossimo sarà la quattordicesima”) i suoi titoli sono saliti alle stelle e si parla già di una ripresa dello spettacolo nell’ impero del Sol Levante. Ad attirare l’ attenzione, a creare il clima dell’ evento, oltre alla presenza di Milva nel doppio ruolo di attrice e cantante, un ruolo abbandonato per molti anni dopo la sua fondamentale esperienza tutta brechtiana con Strehler, c’ è la garanzia di un copione scritto alla fine dell’ Ottocento dal direttore della Comédie Parisienne che sembra baciato dalla fortuna, una sorta di “passepartout” del successo in diversi campi e generi dello spettacolo: un’ opera di Leoncavallo interpretata dalla soprano Mafalda Favero, e ben tre film, il primo nel ‘ 23 con Gloria Swanson, il secondo di George Cukor con Claudette Colbert e l’ ultimo, in ordine di tempo, nel ’42, con la regia di Renato Castellani, con protagonista Isa Miranda. Pierre Francisque Samuel Berton, così si chiamava l’ autore parigino, aveva preso spunto per la sua storia ambientata in piena Belle Epoque dalle vicende artistiche e sentimentali di Réjane, cantante e diva famosissima del gaio vaudeville, mescolando, secondo le rodate ricette del “populaire”, coloriture brillanti e abbandoni sentimentali di stampo “melò” vissuti dalla protagonista, una mitica Diva, dietro le quinte. “Una miscela di emozioni” ha detto Giancarlo Sepe, presentando lo spettacolo sul palcoscenico del suo teatrino, la Comunità di Roma, “che ho mantenuto scivolando dai toni più leggeri, rivistaioli, alla Cukor, della prima parte verso i climi più cupi, passionali, drammatici, usati, ad esempio, da Castellani, nella parte conclusiva che ancora stiamo elaborando qui nel corso delle prove”. Senza un copione rigorosamente prefissato, attualizzando battute e situazioni ad un’ epoca che lo scenografo Uberto Bertacca ha spostato verso gli anni ’40 e ’50, lo spettacolo, con la collaborazione degli stessi attori, è venuto fuori giorno per giorno secondo i modi più sperimentali di una “professionalità atipica, informe dove nessuno può utilizzare come copertura il proprio ruolo”. Anche le musiche originali, di Stefano Marcucci, sono state aggiustate, perfino reinventate, in palcoscenico, comprese le quattro canzoni composte appositamente per Milva. E lei, Milva, come si è trovata a lavorare in questo fervore d’ improvvisazione laboratoriale? Bene, ritrovando gli entusiasmi dell’ epoca delle sue prime esperienze teatrali, aiutata da un personaggio che sente affine: “Come Zazà ho creduto nel mio lavoro, ma anche, soprattutto nell’ amore e nelle esperienze”. Altri legami con Zazà: “lo stesso carattere mutevole capace di passare in un attimo dall’ allegria alla disperazione; e una fragilità, una grande vulnerabilità di fronte ai ricatti e ai richiami sentimentali”. Aggiunge Sepe: “Questo è anche il segreto del loro fascino e l’ estrema furbizia che le accomuna: cedere alle proprie debolezze per essere se stesse fino in fondo”. Nico Garrone
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