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MILVA ▪ La Repubblica 1985-1993

La Repubblica 1985-1993
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14 APRILE 1985 – MILVA, ASTOR PIAZZOLLA E UN BALLO COSI’ SENSUALE – BOLOGNA – Il tango è musica di sentimenti trattenuti e poi improvvisamente liberati. Forse, più che una musica, è uno stile di vita, una sensualità trascesa. Meglio ancora: “è un pensiero triste che si balla”, secondo la stupenda definizione di Enrique Santos Discepolo che Meri Franco-Lao riporta nella introduzione al programma di sala di “El tango”, viaggio nelle ombre e nei chiaroscuri della musica argentina condotto da Milva e Astor Piazzolla, finalmente in Italia dopo i trionfi parigini di cui abbiamo a suo tempo riferito (in prima nazionale a Bologna sotto l’ egida dell’ Ater e della cooperativa Nuova Scena). Astor Piazzolla è una guida straordinaria, un musicista capace di rendere per intero il sogno oscuro del tango tradizionale, ma di dargli anche una vena di modernità, a tratti perfino d’ avanguardia. In altre parole, un creatore di suoni che rispetta l’ anima del tango, ma che non ha paura di avventurarsi in altri territori, facendone una musica in movimento, aperta. Così come quando ha avvicinato la musica argentina al jazz; e non a caso Piazzolla ama paragonare la nascita del tango nei postriboli di Buenos Aires agli inizi del secolo a quella del jazz a New Orleans. In più, nel tango c’ è un’ altra componente che ci riguarda molto da vicino, ed è la presenza italiana. Gran parte del tango nasce dall’ immigrazione italiana in Argentina (tuttora lo slang del tango è pieno di termini italiani) e questo aggancio, questa singolare e dimenticata parentela si chiarisce mirabilmente quando al bandoneon di Piazzolla si aggiunge la voce di Milva. Come può una cantante italiana penetrare un mondo così impenetrabile, uno stile nella sua autenticità così legato alla terra d’ origine? Ci riesce, e anche bene, proprio in virtù di una familiarità sepolta in antichi percorsi migratori, nel poter condividere culturalmente lo stesso struggente rimpianto, la stessa antica disperazione. La scena è spoglia. Due porte ai lati estremi del palco e sulla destra campeggia un albero sfrondato e secco, un oggetto autunnale. Piazzolla si presenta in scena con i quattro musicisti che lo accompagnano (chitarra, violino, contrabbasso, pianoforte, e tutti con inequivocabili cognomi italiani), e sono tutti vestiti in nero come a sottolineare una specie di lutto dell’ anima, condizione che nel tango si dà per scontata, come un punto di partenza nel quale casomai riscattarsi per alcuni istanti di ebbrezza. Poi arriva Milva, anche lei vestita di nero, ma laminato. E’ elegante, ma cammina sul palco a piedi nudi, come per sottolineare non solo la dignità austera del tango, ma anche la sua natura trasgressiva e selvaggia. E inizia la carrellata attraverso la musica di Piazzolla, vecchi e nuovi tanghi di un autore che ha lavorato con i grandi maestri del passato (Carlos Gardel in testa), che ha musicato parole di Borges e che si è spinto fino a duettare col soffio baritonale di Gerry Mulligan. Rimarrebbe deluso chi dal titolo così totalizzante si aspetterebbe una antologia della tradizione. Le musiche sono tutte esclusivamente di Piazzolla, quindi è il “suo” tango a presenziare, ma è sufficientemente ampio da contenere tutto quello che dal tango potremmo aspettarci. La musica avvolge come una corrente, si sviluppa tra guizzi, scatti imperiosi, languori sensuali, si abbassa fino a sussurrare e poi travolge, impetuosa, come un fiume in piena. Milva segue la corrente, cercando di unire il suo istinto popolare e l’ educazione colta, ambedue necessari per capire e rimandare al pubblico queste musiche. Passa dai tristi umori di “Morire a Buenos Aires” ai rimpianti di “Los Pajaros perdidos”, dalla giocosa follia di “Balada para un loco” alla romantica brutalità di “Vamos Nina”, alternando spagnolo, francese e italiano, ricordando quelle che potrebbero essere le tre lingue elettive del tango: l’ italiana, dove forse ha avuto origine nella notte dei tempi, la spagnola dove è vissuto, e la francese, dove è andato a morire. Milva cerca anche di modellare la sua voce adattandola alle sonorità del gruppo, così da essere talvolta strumento insieme agli altri, cosa che riesce raramente per la prepotente e profonda personalità della sua voce. Alcuni finali particolarmente intensi scatenano applausi entusiastici come in “Che tango che” e “Rinascerò”, quest’ ultimo un tango proiettato nel futuro, come recita il sottotitolo, “Preludio per l’ anno 3001”, dove la volontà di rinnovamento di Piazzolla trova la sua più compiuta espressione. Gino Castaldo

29 MARZO 1986 – MILVA A LONDRA CANTA BRECHT TRA APPLAUSI A SCENA APERTA – LONDRA – I maggiori critici inglesi la paragonano alla Dietrich, alla Piaf, alla Callas. La stella Milva ha illuminato questo scorcio della stagione teatrale inglese. Il suo primo concerto ha registrato un tale successo che i biglietti per le altre tre repliche (l’ ultima è in programma per questa sera) sono andati tutti esauriti. Milva canta Brecht il collaudato spettacolo messo in scena da Giorgio Strehler per il Piccolo di Milano, e che in Italia si è visto molto, ha entusiasmato il pubblico del teatro Almeida. Un teatro particolare, che si trova a Islington, non in centro, in un quartiere che ha fama d’ essere “radical-chic”. E il pubblico della prima era composto in prevalenza da giovani che hanno applaudito freneticamente. Non ci sono scene, nessun addobbo, scarsi colori. E’ Milva che deve sopportare, da sola, tutto il peso dell’ attenzione degli spettatori, e riesce a incantarli con la sua voce. Anche cantando perlopiù in italiano, riporta indietro agli anni Quaranta, quelli della ferocia nazista raccontati da Bertolt Brecht. I più giovani, tra gli spettatori, ne hanno solo sentito parlare, i più anziani ne hanno un vago ricordo; ma la voce di Milva riporta tutti a quel tempo di fuoco, suscita pena, rancore, desiderio di giustizia. Quando Milva è apparsa, all’ inizio dello spettacolo, come una diva dell’ espressionismo tedesco: tutta bianca, un casco di capelli nerissimi, gli occhi bistrati, le labbra marcate da un rossetto scarlatto, avvolta in un aderentissimo abito nero, e ha cominciato a cantare i tre song da “L’ opera da tre soldi”, ha subito avuto dalla sua il pubblico: attento, teso, commosso, impegnato a seguirla nel suo drammatico viaggio nel tempo. Assolutamente diversa nel secondo tempo: i magnifici capelli rossi, tanto di moda nell’ Inghilterra dell’ era della bella principessa Sarah Ferguson, e un’ aria da superdiva, abbigliata di seta, sinuosa, ricca di mimica, di agilità vocale. Il pubblico si è sciolto del tutto: e il “Miserere Deutsch” ha provocato grandi applausi, che sono continuati a scena aperta. I critici stessi sono rimasti come ipnotizzati; Mick Brown del “Guaridan” scrive: “la sua evocazione del mondo di Brecht non poteva essere più reale, palpabile. La sua esecuzione delle ballate di Marie Sanders, della puttana ebrea e della moglie del soldato, sono state superbe, ricche di passione, d’ una voce che suonava”. Ma, se il pubblico inglese ha mostrato di amarla, di apprezzarne non soltanto la bellezza e la professionalità, ma anche la passione, in questo primo incontro con la nostra cantante, Milva ha risposto con lo stesso calore. Per l’ occasione, aveva preparato anche un brano di Mahagonny; in inglese, che le ha meritato altri applausi, fiori, richieste di bis. Soddisfatta di questa prima esperienza in terra d’ Inghilterra? Milva ci dice che qui, stranamente, si sente come a casa, che l’ Inghilterra le appare come un paese di favole, e di favole meravigliose. E che medita di tornare a cantare a Londra. E, certo, se terrà fede alla promessa, non le mancherà il calore di un pubblico che ha già conquistato in questo suo primo incontro. Paolo Filo Della Torre

5 OTTOBRE 1988 – RITORNA MILVA E’ LA VOCE DI LOLA – MILANO – E’ come se l’ Angelo azzurro la inseguisse: nel corso degli anni le si ripresenta davanti, esigendo ora la sua faccia, ora la sua voce. Sembra quasi che tra lei e quel vecchio, tragico amore della Germania inizio secolo ci fosse una segreta simmetria. Milva si presta docilmente all’ inseguimento: Sono stata Lola-Lola in televisione, poi, l’ anno scorso, al Festival di Berlino, ero là in cilindro e guepierre in una piazza gremita da ventimila persone, a cantare le canzoni di Marlene. Che cosa ci unisce? Forse il timbro profondo della voce, e anche una sorta di istintività, l’ essere donne che non pensano due volte. Questa sera alla Scala Milva va in scena, ancora una volta, in un Angelo azzurro. Luciana Savignano è Lola-Lola nel balletto di Roland Petit; Milva è la chanteuse del cabaret maledetto. E’ vestita di nero, un abito dalla vita alta in stile inizio secolo, e i riflettori illuminano ora la ballerina, ora lei dall’ altro lato del palco, voce e anima della stessa storia. Otto canzoni, ma non più quelle del film di von Sternberg, che Marlene in cilindro e guepierre cantava, insolente, a cavalcioni d’ una sedia. Canzoni nuove, scritte da Marius Constant e Lou Bruder e pensate apposta per la voce di quella che chiamavano un tempo la pantera di Goro; canzoni che però riecheggiano il cabaret tedesco anni Venti, le atmosfere alla Kurt Weill. La voce di Milva si fa più fonda mentre sgrana queste dure cantilene in tedesco. Hanno toni aspri, beffardi, e fanno venire in mente le spietate caricature con cui George Grosz ridicolizzava la borghesia della Germania pre-nazista. Milva legge: “Es liegen und kauern die Toten/ Im Schweizerkas der Erde…” e traduce: “stanno accoccolati i morti/ nel groviera della terra… fin che il tempo mastica il nodo: il lordume allora si fa cielo”. Si entusiasma a quell’ immagine di tombe simili a tane a un uso della lingua tedesca spregiudicato come l’ italiano di Gadda in “La cognizione del dolore”. Una canzone, l’ ultima, è dedicata al matrimonio: una ballata sprezzante contro le convenzioni borghesi dove il vincolo coniugale è definito ora un inferno, ora la peste sociale, ora anche qualcosa di peggio. Parole insolite da cantare alla Scala. Anche per lei, signora, il matrimonio è un inferno? Beh, certo non sarei così violenta e così cruda, ma che diffido dal matrimonio è vero. Io mi sono sposata a ventun’ anni, ma se mia figlia Martina che ne ha venticinque volesse farlo, le direi di pensarci molto, di provare almeno a convivere…. Soffia in queste canzoni uno spirito in qualche modo affine a quello dei sessantottini che, proprio vent’ anni fa, inaugurarono a loro modo la Scala in un Sant’ Ambrogio storico, centrando i visoni delle signore con uova appositamente stagionate. Milva è tra quelle persone a cui, quando si parla di Sessantotto, si illuminano gli occhi. Erano gli anni in cui giravo l’ Italia con il gruppo “Teatro e azione” di Strehler. Mi ricordo, a Roma, una “Ballata del mostro lusitano” continuamente interrotta da assemblee e discussioni. Per me è stata la scoperta della politica, delle idee, di un mondo che non avevo mai immaginato. Venivo da Sanremo, e prima ancora da interminabili tournée nelle balere. Sapevo solo cantare e sognavo una vita da moglie borghese. Quegli anni, sono stati anche la mia rivoluzione. Stasera, è per Milva la seconda volta alla Scala, dopo “I sette peccati capitali” di Weill. Le prove del balletto di Petit proseguono incalzanti in tempi forse troppo ridotti e lei, aspettando finalmente l’ ora della sua prova, s’ innervosisce, e giura che nessuno le metterà i piedi in testa, e che se anche son solo venti minuti di canzoni ha bisogno di provare e di essere sicura. Nel nervosismo i tratti del viso ancora molto bello si fanno più felini, i capelli rossi indomabili ricordano un gatto che gonfia il pelo. Ma chi, guardandola, pensasse che l’ Angelo azzurro e Milva s’ incontrano spesso perché in fondo s’ assomigliano, cadrebbe in un equivoco. La Lola-Lola di von Sternberg è una di quelle donne che hanno un bisogno vorace di riconoscimenti da parte dell’ uomo, che vivono in funzione di questo riconoscimento. Ne esistono ancora, di Lole: magari fanno un mestiere modesto, la cassiera o la commessa, ma vivono solo per gli uomini. Fra le più giovani però, fra le coetanee di mia figlia, di queste donne non ne vedo. Chissà, forse si stanno estinguendo. Per fortuna. Per lei la storia della maliarda Rosa Frohlich e dell’ infelice professor Unrat sono solo una leggenda a cui dare per una sera la propria voce, o un cilindro e un paio di guanti con cui giocare una sera, in una piazza di Berlino. Marina Corradi

22 SETTEMBRE 1989 – MILVA: ANCORA BATTIATO – MILANO – Qualche sera fa Milva era a cantare alla Scala, poi a Parigi con Astor Piazzolla per un megaparty tutto di vip. Adesso è di nuovo a casa con Franco Battiato per festeggiare l’ uscita di un altro album realizzato con il musicista siciliano. Instancabile, eccitata, Milva sembra voler esorcizzare con l’ attivismo e una sfrenata vena eclettica i suoi cinquant’ anni freschi freschi. Il primo album con Battiato, “Milva e dintorni”, porta la data del 1982. E ora l’ ex pantera di Goro, dopo un bel disco con Vangelis, ripropone la sua particolare affinità per il mondo dell’ autore di “Fisiognomica” con una seconda dose di canzoni pensose, eccentriche, sentimentali. Insomma la tipica, personalissima cifra stilistica di Franco Battiato. Il nuovo capitolo si chiama “Svegliando l’ amante che dorme”, e sono otto canzoni tutte molto suggestive e melodiche. Quasi tutte inedite, eccetto “Atmosfera” e “No Time No Space”. Tra i brani più riusciti anzitutto “Una storia inventata”, una malinconica e dolce canzone d’ amore che parla di vecchi hotel di periferia. Molto intriganti anche “La piramide di Cheope” e “Le vittime del cuore”, sulla stessa onda poetico-sentimentale a cui ci ha abituato il Battiato migliore. Milva le canta tutte alla sua maniera intensa e ricca di pathos, ma a volte sa essere anche tenera e commossa. Per queste tre canzoni, sono pronti altrettanti video, due curati da Battiato e Luca Volpatti e l’ altro (“La piramide di Cheope”) per la regia di Robert Gligorov. Il videoclip di “Una storia inventata” sarà la sigla di “Prisma”, la rubrica culturale del sabato di Raiuno, già a partire da questa settimana. Una curiosità: tra gli otto brani, c’ è anche un ironico “Angelo del rock” che, con quel rock strascicato e ripetuto dalla voce di Milva, fa il verso al “Flamenco rock” che proprio lei enfatizzava tanti anni fa. L’ amore tra Milva e Battiato dura ormai dal 1981, da quando cioè lei lo sentì alla radio in “Patriots”. Confessa Milva: Fu una scoperta. Gli telefonai il giorno dopo per dirglielo e lui fu subito interessato a collaborare con me. Adesso è successo lo stesso: ho ascoltato “Fisiognomica”, l’ ultimo suo album, e m’ è tornata la voglia. L’ ho chiamato: Che ne diresti di riprendere il viaggio iniziato otto anni fa?. Preparato tra Milo, dove abita Battiato, e Milano, l’ album viene ora diffuso in tre diverse edizioni per il mercato europeo: in italiano per l’ Italia, sempre in italiano ma con due canzoni in più (“Via Lattea” e “Centro di gravità permanente”) per la Germania, e in spagnolo. Confermando la proverbiale duttilità di Milva, Franco Battiato racconta: All’ inizio lei può avere anche qualche resistenza, ma poi finisce per adattarsi a meraviglia. In questo disco è riuscita a cantare note così acute che non ha mai utilizzato prima, da vera soprano. Ma la novità più succosa è che, per l’ occasione, Milva farà un vero tour nei teatri italiani. A parte quelli con Piazzolla, è da tempo che non ne fa più uno tutto suo. I recital, con le canzoni di Battiato nella prima parte e un riepilogo di carriera nella seconda, cominceranno dal Teatro Lirico di Milano il 29, 30, 31 ottobre e 1 novembre prossimi. Poi Milva sarà impegnata con i concerti fino a Natale. Solo alcune date: 6 novembre a Torino, 11 a Genova, 14 a Venezia, 22 a Bologna, 24 a Firenze, 4 dicembre a Bari, 11 a Napoli, dal 14 al 17 al Sistina di Roma. Giacomo Pellicciotti

18 MARZO 1992 – MILVA UNA VOCE NELLA STORIA – ROMA – Perché mentire? La serata al Sistina con Milva che proponeva il recital “Canzoni tra le due guerre”, partiva da un piccolo, inutile, falso, e cioè che si trattasse di un nuovo spettacolo, così come recita il programma di sala. In realtà fu concepito e rappresentato già nel 1977, e nell’ anno seguente ne fu tratto anche un disco. Inutile falso, perchè all’ epoca fu un buono spettacolo, unanimemente acclamato, e a riprenderlo non c’ è nulla di male, anzi. Una proposta del genere, ovvero il tentativo di definire un periodo storico attraverso una sequenza di canzoni, ci restituisce il lato migliore di Milva, proprio quello un po’ offuscato dalle prove recenti e dalle proposte di “nuove” canzoni. Il recital, curato da Filippo Crivelli, sceglie tra quei vent’ anni circa che separano le due guerre, quel tipo di liriche e melodie che hanno guadagnato il fascino del tempo, la maliziosa e suggestiva capacità di scivolare con eleganza e potenza evocativa tra le maglie della storia. Si comincia con “Lili Marleen”, cupo presagio della seconda guerra mondiale, e si finisce col più gaio e vorticoso annuncio della prima con “‘O surdato ‘nnammurato”. In mezzo una fantasiosa tavolozza di tipologie della canzone, tra scettici blu in odore di tabarin, creole immaginate, grandi regine dello spettacolo, famiglie dissestate o languidamente rimpiante, usi, vezzi e costumi del mondo negli anni Venti e Trenta. A questa rievocazione ben si prestava e si presta la voce di Milva, piuttosto gonfia, reboante, naturalmente dotata di un’ enfasi che magari risulta piuttosto scomoda su un pezzo di Battiato, tanto per citare alcune delle cose nuove proposte in altre sedi da lei, ma che assai meglio si addice alla intrinseca retorica di alcune canzoni antiche. Bene dunque su pezzi come “Re di cuori”, “Creola” o “Balocchi e profumi”, canzoni che o le si propone con assoluta stilizzazione, oppure meglio esagerarle, con pronuncia quasi cabarettista. Meno bene su pezzi come “The man I love” di Gershwin, che al contrario hanno bisogno di una certa leggerezza, di una soavità che il timbro di Milva fa fatica a riprodurre. Lo swing non è mai stato il suo forte, e neanche una vocazione da interprete pura, in grado di cantare qualsiasi cosa, alla Mina per intenderci. Le caratteristiche della voce di Milva, e da questo punto di vista l’ intuizione di Strehler rimane sostanzialmente esatta, sono essenzialmente teatrali. E’ una voce forte, dai toni bassi, con un vibrato molto spiccato, che viene tutta dal diaframma e dallo stomaco, poco dalla gola e niente dalla testa, tanto per citare l’ abituale distinzione che si usa fare sulle voci della musica popolare. Quindi il suo campo d’ azione è limitato, e diventa autorevole soprattutto sulle canzoni che si adattano alla dimensione del teatro musicale. Funziona egregiamente su un pezzo come “Lili Marleen” che può ovviamente solo essere recitato, per essere credibile, o su pezzi come “September song” di Kurt Weill che sottintendono una quinta teatrale di riferimento. Lo spettacolo è opportunamente costruito su un ritmo molto serrato, che non concede pause, e impedisce di perdersi in discorsi fuori luogo, e ha il pregio di proporre una ricostruzione storica, ovviamente informale, fondata su libere associazioni, ma proprio per questo efficace. E dalla sequenza vengono fuori alcuni dei temi dominanti di quegli anni: l’ esotismo, in primo luogo, una certa vena di moralismo di costume, come è ben esemplificato dal dramma di “Balocchi e profumi”, e al contrario un gusto malizioso della perdizione, del fascino perverso della vita trasgressiva. Si nota anche un certo attaccamento al melodramma che la canzone “leggera” ancora manteneva piuttosto forte, e un certo gusto del sentimento forte, descritto a tinte molto vistose, e infine una decadente mitizzazione di alcuni divi, come si può capire da “Chiove”, struggente, lacerante lamento scritto da Bovio e Nardella in omaggio alla morte di Elvira Donnarumma che, come si diceva all’ epoca, cantò anche nel letto di morte. Un buon suggerimento per una storiografia anomala, ma al tempo stesso efficace, che attraverso le canzoni possa ridarci non certo l’ analisi razionale, ma di sicuro il sentimento del tempo. Gino Castaldo

2 OTTOBRE 1993 – E MILVA LA ROSSA DIVENTA ZAZA’ – MILANO – Neanche per la Biennale di Venezia. Un intero aereo di giornalisti e addetti ai lavori, funzionari televisivi, impresari teatrali, discografici giapponesi, ha prenotato il volo per la Malpensa del 26 ottobre in occasione del debutto al Teatro Nuovo di Milano di “La storia di Zazà” interpretato da Milva con la regia di Giancarlo Sepe. Da quando il Giappone è diventato una meta abituale delle tournées canore di Milva (“a maggio prossimo sarà la quattordicesima”) i suoi titoli sono saliti alle stelle e si parla già di una ripresa dello spettacolo nell’ impero del Sol Levante. Ad attirare l’ attenzione, a creare il clima dell’ evento, oltre alla presenza di Milva nel doppio ruolo di attrice e cantante, un ruolo abbandonato per molti anni dopo la sua fondamentale esperienza tutta brechtiana con Strehler, c’ è la garanzia di un copione scritto alla fine dell’ Ottocento dal direttore della Comédie Parisienne che sembra baciato dalla fortuna, una sorta di “passepartout” del successo in diversi campi e generi dello spettacolo: un’ opera di Leoncavallo interpretata dalla soprano Mafalda Favero, e ben tre film, il primo nel ‘ 23 con Gloria Swanson, il secondo di George Cukor con Claudette Colbert e l’ ultimo, in ordine di tempo, nel ’42, con la regia di Renato Castellani, con protagonista Isa Miranda. Pierre Francisque Samuel Berton, così si chiamava l’ autore parigino, aveva preso spunto per la sua storia ambientata in piena Belle Epoque dalle vicende artistiche e sentimentali di Réjane, cantante e diva famosissima del gaio vaudeville, mescolando, secondo le rodate ricette del “populaire”, coloriture brillanti e abbandoni sentimentali di stampo “melò” vissuti dalla protagonista, una mitica Diva, dietro le quinte. “Una miscela di emozioni” ha detto Giancarlo Sepe, presentando lo spettacolo sul palcoscenico del suo teatrino, la Comunità di Roma, “che ho mantenuto scivolando dai toni più leggeri, rivistaioli, alla Cukor, della prima parte verso i climi più cupi, passionali, drammatici, usati, ad esempio, da Castellani, nella parte conclusiva che ancora stiamo elaborando qui nel corso delle prove”. Senza un copione rigorosamente prefissato, attualizzando battute e situazioni ad un’ epoca che lo scenografo Uberto Bertacca ha spostato verso gli anni ’40 e ’50, lo spettacolo, con la collaborazione degli stessi attori, è venuto fuori giorno per giorno secondo i modi più sperimentali di una “professionalità atipica, informe dove nessuno può utilizzare come copertura il proprio ruolo”. Anche le musiche originali, di Stefano Marcucci, sono state aggiustate, perfino reinventate, in palcoscenico, comprese le quattro canzoni composte appositamente per Milva. E lei, Milva, come si è trovata a lavorare in questo fervore d’ improvvisazione laboratoriale? Bene, ritrovando gli entusiasmi dell’ epoca delle sue prime esperienze teatrali, aiutata da un personaggio che sente affine: “Come Zazà ho creduto nel mio lavoro, ma anche, soprattutto nell’ amore e nelle esperienze”. Altri legami con Zazà: “lo stesso carattere mutevole capace di passare in un attimo dall’ allegria alla disperazione; e una fragilità, una grande vulnerabilità di fronte ai ricatti e ai richiami sentimentali”. Aggiunge Sepe: “Questo è anche il segreto del loro fascino e l’ estrema furbizia che le accomuna: cedere alle proprie debolezze per essere se stesse fino in fondo”. Nico Garrone
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Top 50 best italian songs: le migliori canzoni Italiane di sempre secondo Inside Music

Top 50 best italian songs: le migliori canzoni Italiane di sempre secondo Inside Music


Quante volte vi sarà capitato, anche solo per gioco, di provare a stilare una classifica delle migliori canzoni che il panorama musicale Italiano ci ha regalato in tanti anni di onorata carriera? Chi più chi meno qualunque appassionato di musica prima o poi si pone il fatidico quesito. Quindi ecco a voi, stilata appositamente dalla redazione di Inside Music, una classifica di quelle che sono, a nostro parere, le migliori canzoni che la scena nostrana può vantare nel suo curricula. Che vogliate godervela tra le mura di casa, in auto o camminando per le strade della vostra città con un buon paio di cuffie, ecco a voi la playlist ideale per un viaggio che parte dagli anni 60 arrivando fino al giorno d’oggi.


Impressioni di settembre – PFM
La cura – Franco Battiato
Il testamento di Tito – Fabrizio De Andrè
Emozioni – Lucio Battisti
Sally – Vasco Rossi
Acqua e sale – Mina & Celentano
La storia siamo noi – Francesco De Gregori
Almeno tu nell’universo – Mia Martini
Dune Mosse – Zucchero
Extraterrestre – Eugenio Finardi
Il cielo – Renato Zero
Luci a est – Elisa
Nel blu dipinto di blu – Domenico Modugno
Quello che non c’è – Afterhours
Anna e Marco – Lucio Dalla
Bella senz’anima – Riccardo Cocciante
Pensiero stupendo – Patty Pravo
La libertà – Giorgio Gaber
Napul’è – Pino Daniele
Il cielo in una stanza – Gino Paoli
America Goodbye – Alberto Radius
Ma il cielo è sempre più blu – Rino Gaetano
Quello che le donne non dicono – Fiorella Mannoia
La costruzione di un amore – Ivano Fossati
Perdere l’amore – Massimo Ranieri
Una carezza in un pugno – Adriano Celentano
L’isola che non c’è – Edoardo Bennato
Luci a San Siro – Roberto Vecchioni
L’avvelenata – Francesco Guccini
Ciao amore ciao – Luigi Tenco
America – Gianna Nannini
Amor mio – Mina
Urlando contro il cielo – Ligabue
Luglio agosto settembre (nero) – Area
Con il nastro rosa – Lucio Battisti
E la luna bussò – Loredana Berté
Lontano dagli occhi – Sergio Endrigo
Cogli la prima mela – Angelo Branduardi
El diablo – Litfiba
Teorema – Marco Ferradini
Tutti i miei sbagli – Subsonica
Annarella – CCCP
Ed ero contentissimo – Tiziano Ferro
L’ombelico del mondo – Jovanotti
La descrizione di un attimo – Tiromancino
Il ragazzo della via Gluck – Adriano Celentano
Sì viaggiare – Lucio Battisti
Se telefonando – Mina
29 settembre – Equipe 84
Pigro – Ivan Graziani


Lorenzo Natali
Amante della musica e dell’arte in tutte le sue forme. Studente di lettere, musicista e compositore (forse un giorno anche in modo professionale) ma, soprattutto, eterno eccessivo pensatore. Tendenzialmente bonario ed aperto ad ogni sound, raramente critico in modo cinico e accanito tanto da doversi sottoporre a censura. Forse, però, è meglio così….

24 Novembre 2017|


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Mia Martini ▪ TESTIMONIANZE

MIA MARTINI Testimonianze

Drupi – Nel 1972 due amici compositori avevano pronto un brano adatto a Mia Martini, ma c’era bisogno di qualcuno che lo cantasse per incidere un provino e poi farglielo ascoltare. Chiesero a me. Mimì quando sentì la canzone ne fu entusiasta, ma pochi giorni prima di andare a Sanremo cambiò idea e mollò tutto. Al Festival ci andai io, il brano era VADO VIA e diventò un successo incredibile. Mia Martini è stata la mia fortuna, ho iniziato la carriera grazie a lei.

2011 – LIBERO Quotidiano.it


Ivano Fossati – Mia Martini è di sicuro, insieme a Mina, la più grande cantante che abbiamo avuto, dal punto di vista tecnico, interpretativo, ma soprattutto dal punto di vista umano, cioè della profondità con cui riusciva a scavare, non solo le canzoni e le parole, ma proprio tutta la musica che toccava.

E poi era una grande appassionata e intenditrice di musica, sapeva moltissimo della musica degli altri, degli altri generi, della musica del mondo. Se ricordo bene, la sua cantante preferita era Aretha Franklin, aveva dei gusti “alti” e d’altro canto si vede e si sente.

2012 – VISIONI PRIVATE – Tv Rai


Dori Ghezzi – Conservo dei bellissimi ricordi dei momenti trascorsi insieme a Mimì, come quando Fabrizio, Ivano (Fossati, N.d.R.) ed io siamo andati a farle visita nello studio di registrazione, all’epoca dell’incisione dei brani di quello che poi è stato il suo ultimo capolavoro LA MUSICA CHE MI GIRA INTORNO. In quell’occasione, Mimì non si aspettava che insieme a noi ci fosse anche Ivano, non glielo avevamo detto perché volevamo farle una sorpresa, dal momento che non si vedevano da molti anni. Abbiamo ascoltato tutto il pomeriggio le sue incisioni, ricordo che restammo profondamente affascinati dal suo particolare modo di ridare forma a delle vere e proprie perle della canzone d’autore. Fabrizio e io ci siamo commossi ascoltando la sua versione di HOTEL SUPRAMONTE e Ivano le ha detto che era la più grande interprete italiana e che con la sua voce era capace di dipingere dei veri e propri quadri.

La stessa sera ci siamo trasferiti a Bologna e con Beppe Grillo, Stefano Benni e l’arrangiatore di Mimì, Fio Zanotti, abbiamo cenato tutti insieme, trascorrendo dei bellissimi momenti. Eh, sì! Mimì quella sera era proprio raggiante. (da un’intervista di Ciro Castaldo per Chez Mimì)

2011 LA VOCE DENTRO – Pippo Augliera


Adriano Aragozzini – Permettetemi di chiarire, una volta per tutte, come andò la questione dell’ammissione di Mia al Festival di Sanremo del 1989. Vicenda a proposito della quale ho anche avuto una discussione con Renato Zero. Renato, infatti – in un’intervista al TG1 con Vincenzo Mollica, andata in onda anche su Porta a Porta – ha sostenuto che io avevo ammesso Mia Martini a Sanremo su sua richiesta, in cambio del fatto che lui avrebbe partecipato al Festival come ospite. La cosa non è assolutamente vera e l’ho già smentita, sempre con Mollica al TG1. Le cose sono andate in modo del tutto diverso. Appena nominato patron del Festival, mi venne a trovare la mia amica Sandra Carraro, moglie di Franco, già sindaco di Roma, ministro del turismo e dello spettacolo, che poi sarebbe diventato presidente della Lega Calcio e, quindi, della FIGC. Sandra mi fece sentire un nastro con Mia Martini che cantava ALMENO TU NELL’UNIVERSO. Che Mia cantasse benissimo lo sapevo già, ma quella canzone era davvero bellissima, sia nel testo sia nella musica. Sandra mi chiese se fosse stato possibile ammettere Mia al Festival, fregandomene delle voci folli che giravano e sostenevano che l’artista portasse iella. Mi misi a ridere. Dissi che tutti gli artisti dovevano essere scelti dalla commissione d’ascolto, ma che, secondo me, non ci sarebbe stato nessun problema, poiché la canzone era bellissima e Mia Martini bravissima. Questo accadeva due settimane prima che venisse a trovarmi in ufficio Renato Zero. Renato ha sempre parlato di una presunta lettera con la quale sarebbe stato siglato quest’impegno tra noi. Impegno che, in realtà, non c’è mai stato. Ma quando gli chiesi di rendere pubblica la lettera, ovviamente non poté farlo, per la semplice ragione che quella lettera non era mai esistita. I rapporti per l’iscrizione di Mia Martini a Sanremo li ho sempre tenuti con Lucio Salvini, direttore generale della Fonit Cetra, che aveva prodotto il disco e che aveva presentato l’artista al Festival. E anche questo accadeva prima del mio incontro con Renato Zero.

2017 – QUESTA SERA CANTO IO – Adriano Aragozzini


Luigi Albertelli – Mi ricordo benissimo il nostro primo incontro! L’impressione che ebbi fu, e non cambio e non cambierò mai idea, che fosse e volesse essere una donna sola. Per poter soffrire, in una sorta di autolesionismo purificatorio che l’allontanasse dalla paura del peccato e dalla vita. Il bisogno di amare e di essere amata si sprigionava però in maniera violenta quando iniziava a cantare. Aveva e viveva un suo mondo e forse non confidava neppure in se stessa, ma Mimì senza quelle sue ansie e quelle sue incertezze non sarebbe mai stata quella che è! La più grande.

2005 – LA REGINA SENZA TRONO – Pippo Augliera


Mina – Per fortuna il talento dolente e intenso di Mimì è rimasto qui, nei suoi dischi, nelle sue apparizioni televisive. Mi piace moltissimo, basta sentirla per imparare sempre qualcosa. La precisione, la purezza, l’uso della voce. La passione no, quella ce l’hai o non ce l’hai. Quella non si impara. Lei ne aveva da vendere.

2011 – VANITY FAIR


Andrea Lo Vecchio – Poeta: essere poeta è un modo di vivere, di filtrare le cose ed i sentimenti, è un accostarsi alla vita in modo interiore, pagando sempre in prima persona. Poeta è essere un po’ fuori tempo e fuori luogo sempre, è non essere mai al centro del problema. Ecco, forse Mia Martini non sa di essere poeta, non ne ha la piena coscienza e, volta per volta, si affida ad una forte personalità musicale che le consenta di mantenere intatto e segreto il suo mondo interiore che la “non coscienza” tiene nascosto in una specie di limbo da dove uscire è difficile. Mimì dovrebbe forse trovare qualcuno che l’aiuti, l’assecondi, non le permetta di affidarsi pienamente e la conduca verso una maturazione piena che le consenta di raggiungere quelle vette, non solo vocali, che indubbiamente meriterebbe.

1982 PROFILI MUSICALI


Loredana Bertè – Non ho ancora fatto pace con la vita. Il dolore non se ne va e il tempo non cancella. Dopo la morte di mia sorella mi sono alzata ogni santa mattina solo per respirare e sopravvivere. Piena di rimorsi per quei “ti voglio bene” che non ho detto. Oggi canto di nuovo, la voce è molto meglio di quando avevo 20 anni. Mi piace pensare a una cosa bella che mi ha detto Ligabue, che sente molto Mimì nella mia voce.

2016 IL GIORNALE

Enrico Ruggeri – Mimì era un’artista vera, con grandi contraddizioni, con un carattere decisamente spigoloso, però spigoloso per quanto lei amava la musica e per quanto lei sapeva fosse importante l’immagine che di se stessa traspariva attraverso le canzoni che cantava. Non era una che litigava per avere il camerino più grande o perché il collega o la collega aveva avuto un passaggio televisivo in più, o perché non si trovavano i suoi dischi nei negozi. Era una persona che difendeva le sue scelte artistiche, con una vita difficile, proprio perché ha conosciuto il male di vivere, il disagio e le contraddizioni di un mondo come quello della discografia. Un mondo che è un tritacarne e che fu particolarmente duro con lei, aspro, spietato, cattivo, soprattutto nel periodo a cavallo degli anni Ottanta, nei quali cominciò a circolare la voce che lei fosse legata ad eventi sfortunati o funesti. In realtà il mondo della canzone italiana deve molto a lei e le deve delle scuse, se non altro postume, come in realtà ha fatto. Ma Mia Martini era soprattutto una grande voce con una grande forza interpretativa e sapeva calarsi nelle canzoni che cantava con una intensità che poche donne della canzone italiana hanno saputo raggiungere in questi anni.

2000 – RACCONTI DI VITA – Tv Rai

Gigliola Cinquetti – Non sono molte le cantanti, o i cantanti in genere, che esprimono dignità… Ecco, Mimì aveva secondo me questa caratteristica ed era forse la cosa più bella.

2006 – LA STORIA SIAMO NOI – Tv Rai

Gianni Boncompagni – Fu tra quelli che misero in circolazione la voce che Mia Martini portasse sfortuna, determinandone un lungo periodo di lontananza dalla musica. In un’intervista a Epoca del 5 marzo 1989 la stessa Mia Martini ricordava: “La delusione più cocente me la diede Gianni Boncompagni, un amico per l’appunto. Una volta fui ospite a Discoring, lui era il presentatore. Appena entrai in studio sentii Boncompagni che diceva alla troupe: ragazzi, attenti, da adesso può succedere di tutto, salteranno i microfoni, ci sarà un black out”. In un’altra intervista con Enzo Tortora la Martini definì Boncompagni “detestabile”.

2017 – LA VOCE DEL TRENTINO

Adriano Celentano – Finalmente si è capito chi sono quelli che veramente portano iella: quelli del mondo dello spettacolo. Certo non tutti, ma una gran parte di questo mondo di merda, pieno di ipocrisia deve avere qualche rimorso: in fin dei conti hanno contribuito non poco ad accorciare la vita di Mia Martini: e non parlo solo dei colleghi cantanti, ma dei fonici, dei musicisti, microfonisti, editori, arrangiatori e affini, che quando la vedevano si toccavano dando corso al barbarico rito degli scongiuri, mentre lei (una delle migliori interpreti d’Europa) l’unica cosa che chiedeva ai falsi dello spettacolo era solo un po’ di affetto…

Ora gli stessi che, per anni le hanno somministrato il micidiale veleno costringendola all’isolamento totale, senza poter lavorare, lei che di bravura se li mangiava tutti, sono quelli che ora fingono di compiangerla esaltandone le qualità. Loro, i deficienti dello spettacolo, ai quali basta un semplice colore viola per non farli salire sul palcoscenico, che di fuori cantano la solidarietà ma di dentro annaspano nella crudezza del loro razzismo, portando si iella, ma non agli altri, a se stessi…

1995 – CORRIERE DELLA SERA

Carlo Mandelli – L’epilogo del racconto si conosce già: la voce venuta da Bagnara Calabra ha salutato tutti con la musica ancora in testa. Forse oggi andrebbe diversamente, però di fronte all’evidenza delle cose conviene stare con le unghie ben piazzate, un po’ in attacco e un po’ in difesa. È il segreto di certi artisti troppo avanti per la gente semplice: ma è un difetto? Perché in fin dei conti quello che ci rimane, come un romanzo dalla trama tutto sommato chiara, sono trent’anni di grandi successi e di altrettanto grandi cadute. E invece quello che ci siamo persi per sempre è lei: Domenica Bertè, Mimì, in arte Mia Martini.

2009 – MIA MARTINI: COME UN DIAMANTE IN MEZZO AL CUORE

PAGINA PUBBLICATA il 30 APRILE 2017

Mina – Mina Live dalla Bussola (1972 – Video Ufficiale Completo)


Mina – Mina Live dalla Bussola (1972 – Video Ufficiale Completo)

Mina Mazzini Official

Mina – Mina Live dalla Bussola (1972 – Video Ufficiale Completo) Acquista il DVD : http://goo.gl/tLDhdK TRACKLIST: 1) Fly Me To The Moon 00:00 2) E Penso a Te 02:33 3) Fiume Azzurro 06:01 4) Io Vivrò Senza Te 09:41 5) You Made Me So Very Happy 14:45 6) Non Credere 18:15 7) E Se Domani 19:39 8) Insieme 21:24 9) Bugiardo e Incosciente 23:55 10) Parole Parole 24:39 11) Io e te Soli 25:40 12) Laia Ladaia 28:01 13) Someday (You’ll want me to want you) 31:12 Nell’estate del ’72, gli appuntamenti serrati, in esclusiva alla Bussola, di “Mina e l’Orchestra”. Un’idea e un’esclusiva che in una serie di concerti, forti della potenza dell’unica artista italiana in grado di reggere una big band con ritmica e sezioni di fiati formate dai più importanti jazzisti del panorama musicale italiano, catapultano la Versilia nella magia e nella ricchezza delle notti di Las Vegas. “Mina e l’orchestra” è la formula Evento di quell’estate ed un evento assoluto nella storia della musica leggera italiana. Evento dal quale furono ricavati, live, un Album ed un video. Un Evento che si può rivivere in questa sezione, tratta dal DVD “Dalla Bussola Mina”.

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Mia Martini – Che vuoi che sia…se t’ho aspettato tanto (Festivalbar 1976)


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